«I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo» scriveva Wittgenstein nel suo Tractatus logico-philosophicus; George Orwell dal canto suo si inventava in 1984 una neolingua, una semplificazione lessicale e sintattica che rendeva impossibile l’espressione, ma anche la formulazione, di idee potenzialmente sovversive. Davvero la lingua che parliamo influenza il nostro modo di pensare? E se sì, quanto? La XXI edizione di Babel esplora questa ipotesi tanto importante quanto poco indagata insieme a autori·ci, artisti·e, scienziati·e. Se il nostro idioma, infatti, in parte dà forma al nostro immaginario, al nostro modo di
percepire noi stessi e il mondo, che peso è giusto dare a chi rivendica una lingua inclusiva, decolonizzata, non antropocentrica? Con intellettuali provenienti da tutto il mondo, quest’anno a Babel immagineremo mondi, mondi più vivibili per tuttə, mondi possibili